Abram, Pinocchio e YouTube: alla ricerca

dell’identità perduta

e il mio incontro con Igor Sibaldi

di Loredana Filippi

(Madaat, V° numero, giugno 2014)


Abramo, Pinocchio, YouTube?? Credo che inizierò proprio da quest’ultimo…


Ha ragione Shazarahel, quando dice che Internet è parte integrante della rivoluzione che stiamo vivendo ai nostri giorni! Personalmente amo troppo i paradossi per non coglierne uno così evidente e attuale: l’entrare nella rete infatti, se da un lato rischia di catturarti al punto di renderti difficile discernere e distinguere la duplice realtà dell’al-di-qua e dell’al-di-là del tuo monitor – un po’ come il gattino di Paperissima quando si affanna per acchiappare i pesciolini che sguizzano imperturbabili nel televisore – dall’altro invece, lungi dall’irretirti nella paralisi della visuale quotidiana (anch’essa troppe volte “imperturbabile”) ti apre orizzonti nuovi e, per chi sa cercare, nuovi cammini…


Ma permettetemi una strizzatina d’occhi alle tante donne che, come me, dividono e condividono pazientemente il loro tempo e i loro affanni tra lavoro, studio e vita domestica: sì, perché per noi donne, anche se viviamo nel tempo della “mancanza di tempo”, delle corse disumane e della continua proiezione verso un mondo esterno a noi, che sembra risucchiare (e lo fa, eccome se lo fa!!) anche l’anima, la vita domestica, proprio quella che ti assorbe nelle più umili mansioni è, ancora, importante! Se siamo sane…


Certo, è un termine che, come televisore, sa un po’ di antiquato. Ma non lo è e non lo sarà mai, per una donna, trascorrere non poco del suo tempo davanti al lavandino della propria cucina, luogo “sacro” quest’ultima, dove la donna ha ancora, per il momento, la possibilità di “cucinare”: ovvero lavare, cuocere, trasformare i cibi per sé e la sua famiglia. E, facendo questo, cambiare forma, essa stessa: passando attraverso l’acqua e il fuoco le sue stesse emozioni. Non sono forse emozioni quelle che “cuciniamo” ogni giorno quando attiviamo il fuoco-fucina, di quello che è il locale-cuore di ogni casa? Vero processo iniziatico!


E qui si inserisce il secondo paradosso, che per me ha un nome ed è la SMART TV (che in casa mia è collocata in cucina, appunto) cui, effettivamente, una certa “intelligenza” non va negata. Questo regalo, ricevuto a Natale, mi ha permesso di scoprire la possibilità di seguire, proprio mentre sono intenta alle “nobili mansioni”, i tanti video che la rete (questo misterioso e paradossale utero-parassita) ci dona sul canale di Youtube. E così il mio cuci-nare si è aperto alla possibilità di cuci-re esperienze diverse, solo apparentemente estranee le une alle altre. Perché non c’è solo la Parodi… che si presta a questi momenti di intimità con me stessa…


Conoscevo Sibaldi -1, per fama, e neppure ero immune al fascino con cui l’intelligenza sa operare nelle sue tante forme ma mai, confesso, avevo ancora avuto occasione di lasciarmi coinvolgere dalle sue argomentazioni fino a quando una delle persone che frequentavano allora i miei incontri non mi allunga un suo libro e un’altra, tempo prima, una “chiavetta” con registrate alcune conferenze su Pinocchio: “guarda, assomiglia molto a quel che dici anche tu!” (allora tenevo un corso sugli Archetipi nelle fiabe).


Ecco dunque ricomporsi in un unico mosaico Youtube, la Cabala, Abramo e Pinocchio… che incontravano come per magia l’Annick (de Souzenelle -2), biblista da me amata, la Medicina dei Significati, la mia vita insomma! La SMART (che peraltro non volevo, proprio lì, in cucina) mi stava permettendo, grazie a Youtube e alla sua fruibilità immediata, di arricchire i miei cibi con “spezie” nuove e stimolanti. Incredibilmente stimolanti.


E poiché – come le ciliegie – un video di Sibaldi tira l’altro, ho cominciato a collezionare dentro di me le brevi audizioni, felice di riconoscere che semi antichi, quotidianamente sedati nella loro impazienza poiché pensavo dovessero attendere un tempo che forse non sarebbe mai giunto, eran pronti finalmente a far capolino e, soprattutto, a ricollegare terre lontane che nella coscienza formano invece un unico continente, sepolto solo dal timore di riconoscere ciò che, agli occhi dei più, resta e resterà forse per sempre ignoto.

 

YouTube a parte, per quanto riguarda il celebre burattino la storia è un po’ diversa… Conoscevo il Pinocchio esoterico e le numerose allegorie spirituali che la storia nasconde, storia solo apparentemente destinata ai bambini; o forse, piuttosto, ai bambini di qualsivoglia età, purché disposti ad ascoltare col cuore non ancora corrotto.


Uscito per la prima volta nel 1881, pubblicato a puntate periodiche sul Giornale per i bambini di Ferdinando Martini, diretta emanazione del noto periodico romano Il Fanfulla della domenica, va ricordata la curiosità secondo cui Collodi avrebbe siglato l’ultima puntata con la nota “Continuazione e fine del racconto”… Anche se non ebbe vita facile all’inizio della sua esistenza (la prima edizione completa è del 1883) come accadde invece al contemporaneo Cuore di De Amicis (1886), risulta ad oggi uno dei libri più pubblicati al mondo.


Molti, certamente, già sanno che Pinocchio è una grande allegoria iniziatica di cui non si posson non notare le corrispondenze con ben più famosi eventi della nostra storia: come i tre giorni che il profeta Giona passa nel ventre della balena o gli altri tre giorni di “occultamento”, momentaneo, di un altro profeta mooolto più nominato… Immersione nel buio, scomparsa, nascondimento, morte, trasformazione, rinascita: sono le tappe di ogni processo iniziatico con tanto di nigredo, viriditas, albedo e rubedo… che ritroviamo puntualmente in ogni racconto il cui scopo sia quello di rivelare le tappe di un cammino, un cammino che ci fa avanzare riportandoci, paradossalmente, proprio all’inizio della nostra storia.


“C’era una volta… un re, diranno i miei piccoli lettori”. Ma non è così, dice Collodi nell’incipit dell’opera: “c’era una volta un pezzo di legno” e ci sembra di precipitare immediatamente dalle “stelle” alle radici, ai “piedi” del nostro mondo (o “albero” vedremo in seguito) proprio qui, vicino vicino a noi.


Certo, non era un “pezzo di legno” come tutti gli altri, e sappiamo il perché.

Ma, PERCHÈ ?? Perché appunto, questo legno tanto speciale passa da una mano all’altra, da tal Ciliegia a tal Geppetto, il quale solo osa affondar martello e scalpello per cavarne fuori un progettino sicuramente unico nel suo genere? E d’onde sbuca costui, che dietro al “diminutivo ipocoristico aferetico” con cui la Wiki delucida il suo nome e quello della sua creatura (enfasi con cui il poveretto certo non si sarebbe mai aspettato di esser mandato ai posteri in una collaborativa-multilingue-gratuita enciclopedia on line) non può non ricordare altro Giuseppe? Anch’egli falegname e “padre putativo” di un certo ragazzino…


Sono tanti i misteri nella storia di Pinocchio: sia la pinocchiologia come scienza avanzata (neologismo sibaldiano) che i pinocchiologi più consacrati ad essa non li hanno ancora spiegati, come ad esempio il mistero del naso che affonda, naturalmente, nella psicologia del profondo (ma per questo occorre un altro articolo).


Fin qui, niente di nuovo, più o meno… Tuttavia il racconto che ne fa Sibaldi, tra una strizzatina d’occhi e una frecciata immancabile al sistema, va oltre: molto oltre e lo fa subito, quando dice che dietro Collodi, sinonimo di Carlo Lorenzini scrittore, si nasconde un vero cabalista e questi, come tutti i cabalisti – dice Igor – ama nascondersi. Ben poco sappiamo di lui anche perché sembra che il fratello, dopo la sua morte, ne abbia bruciato tutte le carte; segno che riproponeva l’allontanamento che la famiglia già aveva messo in atto, forse – ipotesi ardita ma non infondata – ai fini di nascondere la sua probabile omosessualità.


Il PERCHÈ? – in pinocchiologia ma anche oltre – è il filo che lega molti dei discorsi di Sibaldi facendone, anche se lui lo ignora, un ottimo rappresentate di quella che io chiamo Medicina dei Significati.


Cito un suo raccontino esemplare: “Perchéee, papà, nel presepe ci sono il bue e l’asinello? – perché devono scaldare il bambino – ma perchéee proprio il bue e l’asinello? – perché quelli c’erano! – e perchéee quelli c’erano? Perché… chiedilo alla mamma! La quale poi dice chiedilo al prete, il quale ora non ho tempo ne parliamo un’altra volta.”


Insomma (e temo che Igor ci azzecchi) finché ci sono i fatidici perché, significa che i bambini non sono stati ancora snaturati o sono sopravvissuti alla “strage degli innocenti” e svolgono ancora la loro azione di risveglio di tanti adulti ipnotizzati o addormentati.


Loro vedono. Riescono ancora a vedere. Gli adulti invece devono fare combing -3 e dire “cagnoliiino! portooone!” forzando un po’ lo stupore finché aprono gli occhi e dicono “Io!”. Ma questa è una citazione iniziatica per veri sibaldiani…


Tuttavia i perché non sono solo quelli dei bambini: sono quelli che tutti, il più delle volte silenziosamente, ci poniamo davanti ai problemi della vita; o per lo meno tutti dovremmo porceli e non tanto il classico (e sterile) “perché proprio a me?”, quanto piuttosto “perché questo problema? Perché questa malattia? Cosa sto imparando?”
Siamo proprio sicuri di esser solo e semplicemente vittime degli eventi, di quell’accidit che è il “cadere” o “ac-cadere”, dove capita capita, (acci!-dentalmente, appunto) di un “caso” più cieco ancora della fortuna stessa?
Tuttavia, precisa Igor, noi siamo vittime del principio di causa-effetto, “elemento intoccabile della nostra realtà” che ci condiziona a trecentosessanta gradi la cultura o, meglio, il nostro modo di pensare.


Kant stesso ce lo ricorda quando dice che la mente umana può ragionare solo in questo modo: “ma non è mica vero!! È possibile pensare anche in un altro modo, anzi, è semplice: per esempio pensare che questo microfono è qui perché ha uno scopo, è stato messo qui con uno scopo e questa persona, ipotetica, ha preso questa malattia perché il suo atteggiamento verso il futuro era vuoto, e quindi la causa della sua malattia non è nel suo passato ma nel suo atteggiamento verso il futuro, proprio l’opposto!” Sostituire l’idea di causa con l’idea di scopo: perfetta lezione di Medicina dei Significati. GRAZIE Igor!!


Passare dai perché “causali” a quelli “finali” o teleologici: a cosa mi serve questo dolore? Cosa sto imparando? cosa mi porta a realizzare? In parole povere: domande, non risposte! È il monito fondamentale.


Porsi la domanda giusta è l’azione centrale della trasformazione. La domanda-chiave, come il mito insegna (si pensi alla Sfinge e alle sollecitazioni, implicite, che essa proponeva attraverso i suoi quesiti) spalanca le porte segrete della nostra anima e provoca la germinazione della consapevolezza, al di là dell’immediatamente osservabile.


La Medicina dei Significati non si propone di dare “risposte”, ma piuttosto di formulare delle domande: domande che orientino una ricerca; domande che ci ricordino che non sempre abbiamo bisogno di “terapie alternative” quanto, piuttosto, di “alternative alle terapie”…


Domande che non “interpretino nulla” ma che mettano in moto qualcosa; che sappiano attivare un processo interiore in grado di guidare l’osservazione. Domande che “aprano al sentire”, poiché è nostra convinzione che la testa serva, soprattutto per vedere in quale direzione muoversi. Domande che sappiano aiutarci a non farci imprigionare dal nostro problema ma a scoprire altri modi di guardare ad esso.


E, infine, domande che sappiano inaugurare un altro modo di pensare, in cui il termine “medicina” non si rapporta a “malattia”, ma alla possibilità di trovare “in me stesso!” le mie possibilità di salute; per cui l’equazione diviene medicina = in-me-stare, in medio stare e, perché no?? In-me-Dio-stare…


Non è finita: domande che ci rammentino che c’è un tesoro da scoprire: e che tutti gli aspetti di tipo contenutistico, razionale, filosofico, non sono che la “facciata esterna” di un mondo (ma anche di un “modo”) in cui cercare; e che il pensiero analitico indaga sotto la superficie, ma rimane nel superficiale…


Domande che ci ricordino che la verità sta sotto il nostro naso, ma che le leggi che la governano ci sfuggono; sicché il buon “naso”, si allunga, si allunga! proprio per farcela vedere – simbolico indice puntato – o per mostrarci le diverse storie-alibi che ci raccontiamo per NON vederla…


Domande che ci insegnino a guardare alla vita come ad un’opera d’arte, riconoscendo in essa il “mistero della forma”, imparando ad “ascoltarlo”, contemplandolo, e non riducendolo a pezzi.


Domande che, pur spingendoci alla Ricerca, sappiano lasciare che sia la vita a rivelarci i suoi segreti. Infine: ma chi l’ha detto che dobbiamo “dare un Significato” a tutte le cose??? Dobbiamo CERCARLO, non “darlo”… La “Volontà di Senso” risiede nella vita. Se la scoperta del Significato riesce, la malattia si supera più facilmente.


Ma torniamo al nostro burattino… a proposito: burattino o marionetta? Sono cose diverse, ricorda Igor: e se nella copertina con cui è uscito il primo Pinocchio si parla di burattino mentre nel disegno c’è una marionetta con tanto di fili che la qualificano, non è un caso; anzi, è il cabalista che “mette un segnale”… Possibile che un fiorentino, che abita vicino alla casa di un certo Dante, a pochi metri dall’Accademia della Crusca, possa confondere un termine con l’altro? hmm… improbabile. Collodi voleva che ci si chiedesse: PERCHÈ?? Perché devi guardare bene, sarebbe l’ipotetica risposta. Lo fa apposta, perché “vuole che entrino solo quelli che stanno partendo”, quelli che si sono già incamminati nel viaggio, che è il viaggio iniziatico.


Il valore simbolico della marionetta è chiaro: vive di vita altrui, mossa da fili che vengon dall’altro e dall’alto… Burattino invece è il “velato”, colui che nasconde dentro di sé la mano che lo muove, la quale “viene dal basso”, e che deve poter svelare (a se stesso) questa mano-anima…


Pinocchio si accorge di muoversi senza fili, danza e canta “io non ho fili eppur sto in pe’ e so ballare e so cantar… io fili avevo ed or non più, eppur non cado giù”; così nel film che ne ha fatto Disney, che ha riconosciuto subito la quint’essenza della storia.


Da marionetta a burattino, dunque: è il primo passaggio. Per “farsi carne”, poi. Il movimento, all’inizio, è “dall’alto al basso”…


Legno, stoffa, carne, anzi: sangue… Da Keter (più precisamente da Da’at -4) a Malkut, direbbe forse la Cabala?!? Dal “cielo alla terra”, traducendo non cabalisticamente. Da legno a carne… e l’iniziazione si compie. Le affinità ci sono, non fosse che per quell’unico atomo di magnesio che differenzia l’emoglobina del sangue dalla clorofilla dei vegetali!


Ma Igor/Collodi va più in là, eccome! Torniamo per un attimo a Mastro Ciliegia che compare nella storia per soli pochi fotogrammi, giusto il tempo di passare a Geppetto il singolare pezzo di legno: ma quanti padri ha questo bambino?


Bella domanda, l’ho già sentita da qualche altra parte… A questo punto Igor fa un passaggio decisamente ardito e chiede: quale famoso legno/albero della storia umana ci ricorda questo tronco singolare (dotato di “Parola”)?

Dalla croce del cristo all’albero della vita il passo non è per niente facile, ma ci viene in aiuto la parola ebraica otz, o ez, che vuol dire legno, albero, e in particolare ciò che si ramifica, va oltre; una crescita che va oltre… Chi si incammina lungo questa strada, deve poter “andare oltre”, deve poter non fermarsi, poiché di certo incontrerà chi vuole impedirglielo e distoglierlo dal suo intento.

Chi svolge questo compito è anch’esso parte del gioco: sono le cosiddette forze antievolutive, quelle che ostacolano l’evoluzione e cercano invece di mantenere l’inerzia… oppure, spingono-frenando, osteggiando. Nelle fiabe sono personaggi che sono parte integrante della storia; nella realtà, non sono fuori ma sono dentro! Dentro la psiche di ognuno che legge; a volte sembrano negativi, come il Mangiafuoco in questo caso, mentre non lo sono: sono i cosiddetti “guardiani della soglia” e il loro compito è proprio quello di frenarti, ostacolandoti il cammino, per spingerti in realtà ad incedere. Il gatto e la volpe della nostra fiaba sono anch’essi di tale specie; come la strega cattiva che passa alla sua adepta quella sorta di fungo allucinatorio travestito da mela (altra importante allusione alla storia sacra nonché avviso lampeggiante di “attenzione-allerta” al lettore: chi altri aveva “offerto mele”, dietro la finta mossa di proibirle??), o il cacciatore che la porta nel bosco, i sette nani che la aspettano dall’altra parte, ovviamente d’accordo con lui; così come il lupo cattivo travesto da nonna buona: l’archetipo è sempre quello, iniziatico appunto che, tradotto in termini più spicci, sarebbe svegliati, qui c’è qualcosa per te!


Forze che, non affatto estranee, albergano regolarmente dentro di noi… E allora, l’unica cosa da fare è riconoscerle, decidere e superarle. Un po’ come la Sfinge nel mito, lo strano essere che “pone il quesito”, segno che ti trovi ad una svolta nella tua storia e sei pronto a “passare oltre”…

Mangiafuoco non è cattivo, dice Igor, oltretutto dà a Pinocchio delle monete come ricompensa: quale diavolo libererebbe il suo prigioniero facendogli pure un regalo? L’oro degli zecchini è anche questo un simbolo, poiché in tutte le iniziazioni antiche, compresa quella egizia, la trasmutazione dei metalli pesanti in oro lucente è ciò che rappresenta il compimento di una tappa del viaggio, simbolo di una conquista che è, sempre, tutta interiore come interiore è pure il metallo pesante da trasmutare.

Ma chi non compie tutto il cammino, chi interrompe il processo iniziatico, rischia di finire come le tante marionette che, sul palco del teatrino, riconoscono Pinocchio e gli fanno festa: anche se hanno imparato a cantare e ballare, anche se si muovono senza fili, restano burattini! Destinati solo ad una “recita” più che alla vita vera. Non sono più marionette, ma restano burattini, poiché non hanno svelato – a se stessi – la mano/anima che li muove.

Come fanno, questi “pezzi di legno”, a conoscere Pinocchio che è appena stato creato? E poi da dove sbuca Mangiafuoco se non è sul palco a manovrare i fili? Allora: o il Lorenzini, che era un bevitore, era a quel punto tanto sbronzo da non reggere più il filo del racconto, oppure, essendo “cose per ragazzi” sono così, punto e basta…
Ovviamente noi non ci crediamo: tutto lascia supporre che “esista un tempo prima” insieme ad un “tempo oltre” e che il Lorenzini fosse tanto consapevole da mettere addirittura in guardia, il lettore avveduto, anche dei pericoli che il processo nasconde.


Il tempo oltre si profila all’orizzonte solo quando Pinocchio incontrerà il papà “oltremare”. Cosa significa? Significa che deve staccarsi dalla riva, lasciare la sponda sicura, ed entrare nell’acqua anche lui, come Geppetto del resto, che aveva affrontato l’oceano per ritrovare il figlio.


Affrontare l’oceano, attraversare le acque… quale prova iniziatica più evidente?? Ma ciò che conta, soprattutto, è la necessità, a questo punto del cammino, di “lasciare la casa del padre”, abbandonare il porto sicuro; affrontare il deserto e incamminarsi verso la terra promessa. Come Abramo.


“Lek leka: esci dalla tua terra e vai!” ovvero “va’ verso te stesso! Va’ PER te stesso! Attraversa te stesso. Lascia la tua famiglia, lascia la tua gente, lascia la tua casa”. È il più possente imperativo in seconda persona che la storia sacra ricordi: “non si possono leggere questi versi – scrive Sibaldi -5a più di tremila anni da quando venero composti, senza percepire, netta, l’irruzione di quel tu nella tua vita”.


“Ma ’arez è molto più di terra!”: è se mai “la dimensione terrena” nel suo complesso; sono tutte le direzioni, oppure le direzioni che si possono percorrere, sia nello spazio sia nell’evoluzione personale; sono le possibilità che ti sei dato sino ad ora, le sole che puoi imparare a conoscere finché resti fermo là, dove sei nato.


Anche la tua “famiglia”, la tua parentela è “molto di più”: MwoLeDeT è il limite del tuo orizzonte, quello nel quale sei nato; e sei nato per allargarlo, dilatarlo, non per morire in esso.
BeYT, la casa, o la “casa del padre”: è ciò che riassume le due precedenti “limitazioni”. È l’orizzonte dei tuoi possibili o, meglio, l’orizzonte del possibile che tu legittimi a te stesso e per te stesso. Potrebbe essere intesa come un’amplificazione di ’arez, solo parzialmente tautologica: la tua terra è la tua casa nel tuo universo e la tua casa è la tua terra nella terra

Polo femminile dell’essere la lettera BET, la seconda dell’alfabeto ebraico come di tutti gli alfa-bet-i, è il “tu che sa farsi casa”, che sa farsi casa per l’Io, o casa di aleph, – la polarità maschile “creativa” oltre che prima lettera, in tutte le lingue – accogliendolo e abbracciandolo nello spazio protetto dell’interiorità. È il Ricettivo dell’I Ching, o Berkana nel sistema delle celtiche rune; nella forma originaria del geroglifico egizio, disegna un rettangolo aperto sul davanti, proiezione del piano della casa, simbolo di disposizione alla recettività, necessaria e propedeutica alla capacità di generare.


Accogliendo in sé, BET sa generare. È il femminile che genera, e sembrerebbe una banalità se non si leggesse femminile come spirituale… Non a caso BET è simbolo della CREAZIONE stessa. Se scritta con un piccolo puntino dentro di sé, si fa utero, anche graficamente, e indica e rappresenta il germe, seme che può contenere; per questo è la prima lettera della prima parola del primo capitolo della Genesi. Bere’scit bara’: all’inizio Dio creò… (meglio crea), all’inizio Dio PONE un seme, all’inizio Dio pone un figlio… Bet è iniziale del verbo BARA creare e di Bar, il figlio… Incredibile, vera magia della parola.


Non è la prima, ma la seconda lettera ad iniziare il libro, il grande libro. Non è la parte maschile, che sarebbe l’Aleph, prima lettera, ma la polarità femminile (leggi SPIRITUALE) quella di cui Dio decide di servirsi per iniziare la creazione: “effettivamente, di te mi servirò per cominciare la creazione del mondo – rispose il Signore – e, TU, sarai la base dell’opera” -6


TU, sarai la base dell’opera! Il TU, non l’Io, vien posto all’Inizio!


Tu sarai fertile, dice il signore ad Abram (la tua SaRaY diverrà fertile-7) quando avrai appreso a volger lo sguardo dal visibile all’invisibile, dall’esterno all’interno delle cose, quando acquisirai la capacità di aver conoscenza – e coscienza – della loro controparte nascosta; la quale è femminile ed è lei che partorisce l’altra, non il contrario…


Ma BET è anche il simbolo della dualità, essendo legata nella ghematria al numero due. Per Sibaldi, essa indica la “posizione dell’individuo all’interno della società a cui appartiene”.


Ricapitolando, Dio dice ad Abram: non lascia, ma abbandona (senza esitare, imperativo perentorio) la casa del padre: vattene da qui!


Tradotto per il noi di oggi: vai OLTRE il tuo orizzonte, quello che hai ricevuto dalla tua famiglia, cultura, società, e quello (soprattutto) che ti sei dato tu; l’orizzonte dei tuoi possibili. Apriti, legittima nuove terre per la tua mente, scopri la possibilità di attivare nuove aree cerebrali o, meglio, di riattivare quelle assopite, per ricostruire il “ponte” fra la dualità del tuo essere. Sposa te stesso e torna ad esser il dio che sei.


Ma per farlo, devi USCIRE DAL RECINTO, devi – secondo una inconsueta interpretazione biblica, che va al di là dell’archetipo del fratricidio – “uccidere Abele” dentro di te (che è quello che custodisce i recinti e mantiene le pecore all’interno di essi…): fai “opera cainita” verso la tua parte frenante, indugiante, limitante, timorosa perché non ancora consapevole di sé. Lascia il tuo Egitto, il faraone, e non aver paura! Non temere il deserto: mettiti in cammino, verso te stesso. Attraversa le acque! Che sono, come sappiamo da altra famosa metafora biblica, ROSSE (come il sangue, il cui colore è simbolo, nel cammino iniziatico, dell’individuazione). Solo così “non sarà un servo, il tuo erede, ma uno NATO DA TE!”


“Questo è quello che ci chiede ciò che chiamiamo Dio: da sudditi minorenni, bisognosi di regole, diventare adulti delle cui possibilità Dio è curioso, e del cui successo è sicuro!” -9


Potenza metaforica della storia sacra, proprio quella che Collodi si propone di NARRARE, sottoforma di storia per “bambini”. Abramo, Caino, Abele, Pinocchio, diverse declinazioni di un unico protagonista: l’Io, cioè NOI, ognuno di noi.
Roba da capogiro… ma non spaventiamoci, è il naturale effetto Kabalah!


Tornando al burattino (non più marionetta, in quanto ha cominciato a sentire la mano/anima che lo muove e, quindi, ha cominciato a desiderare di rivelarla) anch’egli se ne va dalla casa di Geppetto. Ma quando scappa? Pinocchio scappa quando si accorge di AVERE FAME e che nella “casa” di suo padre non c’è nulla da mangiare. Vede una pentola sul fuoco, si avvicina, e si accorge che è dipinta: solo dipinta!! Non reale. Trova un uovo e lo rompe: ne esce un pulcino. Traducendo la metafora: sei pronto, Pinocchio nasci! Poi, vattene da qui! Qui non troverai nulla che possa soddisfare la tua fame, qui tutto ti dice Vattene! Quel che c’è qui non ti può bastare, perché TU SEI più GRANDE.


Persino il grillo va soppresso: Chètati, grillaccio del malaugurio!... e preso dal banco un buon martello di “legno” (ma era necessaria questa precisazione?), lo scagliò contro il Grillo-parlante.


Qui la storia si sdoppia, con evidenza, nella sua duplice morale: la prima è quella nell’ordine della banalità, che regge benissimo l’intera storia ma è solo una trappola per chi non fa lo SFORZO (che occorre sempre fare, in questo tipo di cammino) per vedere oltre (per esser otz…); è la morale che tutti conosciamo e che a molti di noi risulta spesso un po’ stuccosa, dall’ottocentesco sapore moralistico e vittoriano, simile a quella del libro Cuore – antagonista di Pinocchio – che, tra l’altro, e al contrario di Pinocchio, fu presente per lungo tempo nella scuola italiana (nella quale Pinocchio non è MAI riuscito ad entrare; ovviamente…).


Cos’è che Collodi fa uccidere da Pinocchio? Cosa Collodi invita ad uccidere dentro di noi? La sottile vocina del grillo-coscienza per poi “moraleggiare” nell’ordine della banalità trita e ritrita (che pur regge, ma è solo un primo livello di lettura e di coscienza) oppure l’Abele-dentro-di-noi, quella “parte della coscienza” che costruisce i recinti della prudenza, del buonsenso comune, dell’adeguatezza?


Se resti “quiii”, sarai riiicco, proteeetto, sicuuuro, ma non sarai MAI te stesso, MAI quello che potresti essere (se solo imparassi a DE-SI-DE-RA-RE). Altra parentesi: nel QUI, dice Sibaldi, puoi solo scegliere quel che altri han già scelto per te, assolutamente mai desiderare… Un inno alla disobbedienza, o al coraggio di iniziare il cammino verso se stessi: fondamentale messaggio igoriano; ché “teorico della disobbedienza” -10 egli è…


Non quanti fanno la prima (che non son pochi) ma quanti non-fanno la seconda scelta! E, non ammazzando il maledetto grillaccio, rimangono “marionette” o tutt’al più burattini, sempre nelle mani di altri, poiché non hanno completato il processo, il cammino…

***


La storia è sempre UNA: è il farsi "cercatori di senso" alla ricerca della nostra identità perduta, l'arca, e l'arcano che essa protegge e che ora chiama per esser svelato: “Pinocchio vuole rivelare il suo aspetto vero. È una storia magnifica perché è la storia di ognuno di noi... Tutti siamo marionette di legno, ma non legno questo qua – dice Igor, presumibilmente toccando la scrivania – di quel legno lì (dell’Albero della Vita, anzi: della Conoscenza!! n.d.r.), per ora siamo mossi dalla volontà di altri e invece abbiamo voglia di smettere di esser burattini nell'aspetto e far venir fuori la mano che c'è dentro.”

Possiamo creare un'antropologia che ritrovi la propria anima, la nostra anima, in una dinamica di riconquista del significato nascosto delle cose… Perché il visibile torni a "ricevere il senso", per esserne illuminato, dall'invisibile che lo contiene e torni ad esser nutrito da esso; per non finire distrutti dal "non senso" della nostra modernità; perché si abbia a resuscitare l'umana nobiltà "beffata ma non spenta, poiché costituita da tessuto divino" (A. de Souzenelle)


Ma qui c'è il deserto!! Possiamo entrarci e percepirne il buio, che però non dura sempre! come quando, viaggiando in macchina, entri in una galleria e, per un attimo, non vedi più nulla! C’è, ma solo all’inizio… poi arriva la MANNA!


All’inizio è il buio, all’inizio DEVE essere il buio! dicevano gli antichi filosofi. Ma poi arriva qualcosa dal cielo. Che ci nutre… ma guarda! e PERCHÈ ci nutre? Ci nutre perché, se ci INTERROGHIAMO su “cosa significa la manna?” (grande Igor!! ed io aggiungo: ecco perché il Significato può farsi Medicina…) scopriamo non solo che la manna tradizionalmente conosciuta è quella specie di latte condensato tanto mieloso da esser fino un po’ nauseante, ma soprattutto che l’espressione ebraica man ku o man 'ha significa proprio “cosa significa questo?” CHE COS’È? Se è così – dicevamo – allora abbiamo la possibilità si “tornare all’inizio della storia” e, finalmente, iniziare il viaggio…


E poi, ricordiamo, c’è sempre YouTube – talora novella manna – pronto ad aiutarci …se sappiamo adeguatamente INTERROGARLO ;)


Che il famoso canale sia una specie di Da’at -11, l’invisibile e misteriosa sefirah (che è l’undicesima dell’albero e che neanche a farlo apposta ve la spiego alla nota n. 11), parte del maestoso alberello e nel contempo oltre lo stesso? che mi permette di scoprire me stessa, che sta fuori mentre guarda e, nello stesso tempo, si scopre protagonista del racconto?

L’importante, forse, è non carbonizzare nulla sui fornelli – e fare attenzione se, per caso, fra gli scricchiolii del focolare non c’è qualche ciocco che inizia a parlare…

Recuperiamolo, per carità! prima che bruci…

Loredana Filippi

 

 


1) Igor Sibaldi, scrittore e saggista italiano, studioso di teologia e di psicologia del profondo, ha lavorato a un'interpretazione inedita delle Sacre Scritture.

2) Annick de Souzenelle, scrittrice francese di ispirazione junghiana, biblista studiosa della tradizione giudaico-cristiana di ispirazione cabalista.

3) Combing: si tratta della capacità di stupirsi quando si vede qualcosa, qualsiasi cosa. Come fa un bambino, ad esempio: "guarda, papà, un pollo!" Il Combing ti costringe a sospendere il giudizio e a guardare le cose per quelle che sono e non per le categorie in cui le abbiamo messe. Se ad esempio – spiega Sibaldi – un bambino dice: "guarda, papà, un cane!" e il padre risponde: "si è un alano", questi non fa che dare al bambino la categoria togliendogli la sorpresa. Ma il bambino, che è un
essere evoluto, sa che il suo compito è quello di… svegliare l’adulto!

4) Vedi nota 10.

5) Igor Sibaldi, Libro dell’abbondanza, Edizioni Frassinelli, 2013


6) Annick de Souzenelle, La lettera, strada di vita, il simbolismo delle lettere ebraiche, Servitium Editore, Milano 2011, p. 42.

7) Nella Genesi, SaRaY è la sposa (ISaH) di Abram: come ogni personaggio affiancato ad un altro col quale ha sviluppato un’unione particolare (matrimonio, fratellanza o altro, si veda la nota 8), essa rappresenta la sua controparte femminile, che è sempre legata all’invisibile e alla spiritualità. Per Abram, Saray rappresenta infatti la sua superiore facoltà intuitiva, l’accesso ad una sapienza, per lui/lei ancora “ignota” alla mente razionale.
Essa esprime il modo in cui Abram vive la sua facoltà di guardare all’invisibile e al mondo spirituale: il suo modo è ancora troppo “maschile”, e cioè improntato (prima che si abbia a compiere l’intero processo) al “capire” e al “dominare” con la ragione le sue dinamiche. Ancora non riesce a fare quel salto che gli permetterà una comprensione diversa, immediata proprio perché non logica e razionale, e tipicamente “femminile”.
Sino a quel momento infatti, l’Abram/SaRaY sarà STERILE: e diverrà FERTILE, solo nel momento in cui lascerà andare il suo intento di “possedere” la realtà tramite la comprensione esteriore, o esterna, che deriva dagli altri e dalle cose invece che dal sé. Solo nel momento in cui avverrà la “conversione” del loro sguardo, dall’esterno verso l’interno, e l’invisibile, non chiedendo più di esser “tradotto” in alcunché di comprensibile alla ragione (’iYS), resterà ineffabile ma si aprirà nei suoi misteri.
Entrambi allora, finalmente “sposati”, muteranno il loro nome (Abram in Abramo e Sarai in Sarah) e Sara potrà dirsi veramente ’iSaH, ovvero la “sposa” che avrà conquistato la capacità (’i) di aver conoscenza (Sa) dell’invisibile (H). Igor Sibaldi, libro citato, p. 59.

8) Si tratta di una lettura inedita che Sibaldi fa del testo sacro. Comunque, nella Bibbia come in ogni altra narrazione mitica o psicologica a carattere simbolico (e come pure nei sogni), quando ci si trova di fronte a storie di fratelli, di compagni, coniugi o altro, andrebbe sempre letto “l’intero” prima che la divisione o differenza fra i due, in quanto ogni coppia o diade rappresenta simbolicamente una dualità presente all’interno di noi. Come ad esempio nel caso di Giacobbe ed Esaù, oppure, in termini di maschile e femminile, Abramo e sua moglie Sara, Adamo ed Eva e via dicendo.
Sibaldi vede, dietro questi episodi, una traccia di quella che definisce l’ipotesi neurologica di molti miti antichi, basata sulla distinzione delle diverse competenze emisferiali. A questo proposito è fondamentale il libro da lui stesso più volte citato di Jiulian Jaynes, il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza (1976).

9) Igor Sibaldi, ibidem, pag. 72

10) Lasciamo parlare Igor, “teorico della disobbedienza”: “In certi periodi è molto meglio pensare con la propria testa, cioè imparare a scoprire la realtà senza chiedere l'approvazione di nessuno. Una volta si chiamava «eresia» che significa «libertà di scelta». Per comodità, la chiameremo disobbedienza. Tanti la usano CONTRO gli altri, e la sprecano. Quando invece la si usa PER conoscere se stessi, diventa il migliore strumento di autoanalisi e di cambiamento”.
La mente funziona in base a leggi precise. Ma, a noi, queste leggi sono state insegnate da un mondo che oggi è sempre più piccolo e decrepito. Tanti credono ancora ai suoi «puoi» e «non puoi!» ma è solo obbedienza, e non conoscenza. Obbedienza che vuole frenare i talenti e la vita per chi ha intuito e vorrebbe iniziare un cammino.


11) Da’at: nell’Albero della Vita, la undicesima sefirah, o “sefirah invisibile”.
Le 10 Sephirah o sephirot rappresentano, nell’Albero Sefirotico, le “emanazioni” divine, o Nomi di Dio, che ritmano il sentiero tra il cielo e la terra; i pioli della scala che nel sogno di Giacobbe è percorsa dagli angeli che salgono e/o scendono attraverso di essa.

È la Sefirah della Conoscenza, generalmente posta fra quella della Saggezza e quella dell’Intelligenza (Hokmah e Binah); in realtà va immaginata a quell’altezza, sì, ma FUORI del gioco, in un’altra dimensione (anteriore sia nel tempo che nello spazio), ragion per cui è, di fatto, invisibile. Rappresenta lo Specchio che RICEVE la Conoscenza Divina e la Riflette nel mondo. Con altra metafora, raffigura il perno del ventaglio, o del sistema, dove si colloca, oltre lo stesso “Dio”, oltre l’Universo ineffabile, l’Osservatore stesso che, osservando, si fa motore/dio e crea il mondo, l’universo intero.

È Shiva: il dio indù che, danzando, crea. Non è forse quanto la scienza quantistica ha recentemente scoperto? L’osservatore non è passivo, ma influenza (e crea) il processo. E attende, nascosto, dietro il silenzio.