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Perché una Medicina dei Significati

 

"L'Anima si ammala perché perde il significato delle cose"
Thorwald Dethlefsen

Maria Luisa Ritorno, refrattaria patinata con cristalli Swarovski, 2005


Il male che sta oggi distruggendo il pianeta è la mancanza di senso. Mancanza o insufficienza che si insinua subdola non solo fra le righe della nostra vita - e sempre più in quella di molti giovani - ma che insidia lo stesso pianeta sul quale la nostra specie ha trovato manifestazione: che senso ha una foresta? Se non ne ha qualcuno molto particolare, posso distruggerla, posso decimare gli animali, posso trasformare e rivoluzionare interi territori, il tutto unicamente in nome di un “senso” - il senso del “potere” - sempre più distruttivo e sempre meno profondamente “significante”.
Questo purtroppo è lo scotto che l’umanità si trova a dover pagare per aver dimenticato - o rimosso - il senso di responsabilità che la lega al cosmo. Come una madre sente visceralmente il legame profondo che la lega al figlio, non diversamente la responsabilità di ognuno dovrebbe riverberarsi verso il pianeta che ci ospita come una radice che non può estirparsi dal ceppo da cui origina senza rischiare la propria atrofizzazione. Tale sradicamento dal cosmo ha reso l’uomo estraneo sulla terra, fino a vedere in essa un oggetto lontano la cui sorda indifferenza nei confronti dell’ “evento umano”, che ospita a sua insaputa, non fa che inviare un reiterato messaggio di solitudine.

La mente umana - quella occidentale soprattutto, quella che ha scelto a suo fondamento il criterio dell’efficienza positiva, della concretezza realizzatrice - non concepisce la mancanza di senso, il “vuoto”, perché lo relaziona intimamente al nulla. Affrontare il “vuoto”, come sembra indicare la strada che tanta gioventù va privilegiando, dall’uso delle droghe alle corse sconsiderate ad alta velocità, significa per molti sfidare questo nulla tanto inquietante. Ecco allora il proliferare di sempre più numerosi inni al non-senso, dalla moda alle “mode”, sino ai “sassi giù dal cavalcavia”… Che senso ha la vita? se non ha nessuno senso, tanto vale allora…. posso giocarmela ai dadi…
E’ inevitabile, a questo punto, la domanda bruciante: che senso ha la malattia, la sofferenza e la morte? Dov’è finito questo senso, “il” senso, in una civiltà che ha perduto i significati profondi e antichi dei quali ogni animo si nutre? Unici, tali significati, in grado di dare spessore ad una vita che appare sempre più precaria ed infinitamente fragile; i soli che possono, spesso senza parole, dare voce a quegli eterni interrogativi che accompagnano la vita dell’uomo nella storia di ogni umanità. Significati che si sono custoditi nei secoli grazie alle forme di religiosità più semplici le quali, con le loro cerimonie e i loro riti sempre diversi nella forma ma saldi nel cuore, sapevano salvare e nutrire la comunicazione con le profondità più misteriose dell’animo umano e ne insegnavano, anzi, ad udirne la voce.

Per questo, forse, i giovani non sanno dove andare, dove andare a riporre il loro cuore che pur avvertono palpitare intensamente; i meno giovani si chiedono “perché” e i vecchi si nutrono unicamente degli antichi ricordi, senza ricucire le esperienze che hanno segnato la loro vita e riconoscere la strada che hanno finora percorso come un cammino ben definito e tracciato sulla carta invisibile dell’anima.
Per questo il nostro mondo ha bisogno di senso. Ha bisogno di non fuggire all’angoscia che inevitabilmente alberga nella naturale condizione umana; ha bisogno piuttosto di comprenderla, ascoltarne il significato e far morire definitivamente il fantasma del nulla. E’ allora che il significato si fa medicina.

Loredana Filippi